Ridurre l’inquinamento luminoso? Si può fare e in Francia ci sono riusciti

Dal 7 al 9 ottobre 2026 si è tenuto il convegno scientifico nazionale “Solo stelle nel cielo“. Si tratta del 10° Chianti Topics, questa volta interamente dedicato al problema dell’inquinamento luminoso, tenutosi presso l’Osservatorio Polifunzionale del Chianti, gestito dall’Università di Firenze.

Fig. 1 – Immagine che mostra la bella struttura dell’Osservatorio polifunzionale del Chianti, che ha ospitato il 10° Chianti Topics “Solo stelle nel cielo”, dedicato al problema dell’inquinamento luminoso, dal 7 al 9 ottobre 2026. Lo strumento principale dell’Osservatorio è un RC da 80 cm di diametro, donato dall’Osservatorio Astrofisico di Torino perché, a causa dell’inquinamento luminoso di Torino e di Pino Torinese, non era più utilizzabile in loco.

Noi di INAF-OAS eravamo presenti con un intervento che ha illustrato l’inquinamento luminoso che assedia la Stazione Astronomica di Loiano. Durante il convegno ci sono stati diversi talk sul legame tra l’inquinamento luminoso e la salute, un tema poco studiato che è emerso solo negli ultimi anni: livelli elevati di inquinamento luminoso portano a un’evoluzione più rapida dell’Alzheimer, a problemi cardiovascolari, a un aumento della probabilità di sviluppare alcuni tumori, come quelli alla prostata e al seno. Purtroppo, il problema dell’inquinamento luminoso è globale: con la continua espansione delle aree urbane, l’uso eccessivo e improprio dell’illuminazione artificiale rende l’ambiente notturno molto più luminoso di quanto possa sopportare. Le conseguenze sono di ampia portata: non solo incidono sulla salute umana, ma anche sugli insetti impollinatori, sulla fauna selvatica, sulle piante, sul consumo energetico e sulla nostra capacità di osservare il cielo notturno. Nell’ultimo decennio, l’inquinamento luminoso è aumentato a livello globale. Le misurazioni satellitari, effettuate in bande che spaziano dal vicino infrarosso al visibile, indicano un incremento medio annuo di circa il 2,2% su scala mondiale. Nella banda visibile all’occhio umano, tale aumento è sensibilmente superiore, raggiungendo circa il 9,6% annuo (Buhler, 2026).

Francia e Italia a confronto

Fra le tante cose interessanti discusse al convegno, quella che ha colpito di più è stato il confronto sull’evoluzione dell’inquinamento luminoso fra Italia e Francia. Il bilancio è impietoso: in Francia, con il passaggio ai LED, è diminuito, mentre nel nostro paese è aumentato. Perchè? Iniziamo con un po’ di geografia. La Francia ha un’estensione di 543.965 km² (esclusi i territori d’oltremare), con una popolazione di 69 milioni di abitanti. La densità media della popolazione è quindi di 127 abitanti/km². L’Italia, invece, ha una superficie di soli 301.000 km² e una densità media di circa 200 abitanti/km², il 60% in più rispetto ai “cugini” francesi. Già questo dato è indicativo: l’inquinamento luminoso è strettamente correlato alla presenza della specie Homo sapiens, ed è chiaro che, più aumenta la densità della popolazione, maggiore sarà l’inquinamento luminoso se non viene opportunamente gestito. La popolazione francese è fortemente concentrata in poche grandi aree metropolitane, tra cui Parigi, Lione, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux e Lille. Tra queste grandi aree si estende la celebre “Diagonale du Vide”, una vasta fascia geografica che va dai Pirenei, attraversa il Massiccio Centrale e arriva fino alle Ardenne. In queste zone la densità della popolazione scende spesso sotto i 30–40 abitanti/km². Questa conformazione, di per sé, crea percorsi e bacini naturali privi di grandi sorgenti di luce artificiale. Poiché molti comuni rurali francesi distano 10, 15 o più chilometri dall’agglomerato successivo, quando un comune di 300 abitanti spegne le proprie luci di notte, si crea una vera oasi di buio e i sensori satellitari (come quelli della rete VIIRS) registrano un calo immediato della radianza.

Nel caso dell’Italia, la situazione è molto più “claustrofobica”: la Pianura Padana ha densità locali di popolazione che superano i 400–800 abitanti/km² e rappresenta un unico e ininterrotto continuum urbano-industriale. Anche lungo le fasce costiere (Adriatica e Tirrenica) e nei fondovalle alpini e appenninici, la popolazione è distribuita in modo lineare e continuo. I centri abitati, le zone industriali e le infrastrutture viarie distano spesso solo 1–3 km l’uno dall’altro. Se un piccolo comune italiano spegne i propri lampioni, il suo cielo rimane comunque illuminato dalla luce diffusa dai comuni confinanti, dalle superstrade e dalle zone commerciali vicine. Questo rende le iniziative isolate di singoli comuni molto meno efficaci se non coordinate su scala regionale.

Questa differenza geografica strutturale fra Francia e Italia non cancella il fatto che in Francia l’inquinamento luminoso sia effettivamente diminuito rispetto al 2016, mentre in Italia è aumentato. È vero che in Francia partivano da una situazione più favorevole, ma i francesi sono stati bravi a gestire una situazione che poteva anche peggiorare rapidamente e a invertire la tendenza. Se si prende la Spagna, che ha una densità media di abitanti di circa 100 persone/km², quindi inferiore a quella della Francia e dell’Italia, si vede bene che l’inquinamento luminoso è aumentato, anche se la popolazione si concentra nelle grandi città: qui il passaggio ai LED ha aumentato il numero di punti luce, la potenza luminosa e non c’è nessun spegnimento notturno. Sono le scelte politiche che fanno la differenza, indipendentemente dalla densità della popolazione.

Fig. 2 – Un confronto fra due immagini ottenute da dati satellitari del Light Pollution Atlas, la prima del 2016 e la seconda del 2024, con indicata la luminosità del cielo. Come si vede, la Francia ha ridotto l’inquinamento luminoso: i colori più blu indicano cieli più scuri. Al contrario, in Italia non esistono più zone blu e l’intera penisola è pervasa da una pesante cappa di inquinamento luminoso. Anche i cieli spagnoli sono peggiorati, nonostante una bassa densità abitativa media.

La legge francese contro l’inquinamento luminoso

In Francia esiste una normativa nazionale contro l’inquinamento luminoso, di cui uno dei provvedimenti principali è l’Arrêté du 27 décembre 2018 relatif à la prévention, la réduction et la limitation des nuisances lumineuses. Il provvedimento è stato adottato dal Ministero per la Transizione ecologica e solidale, dopo una consultazione con rappresentanti dei professionisti, delle associazioni ambientaliste e degli enti locali. Che cosa prevede la normativa francese? In sintesi, obblighi di spegnimento notturno differenziati in base al tipo di illuminazione. Le vetrine commerciali devono essere spente entro l’1:00, oppure un’ora dopo la cessazione dell’attività se più tardiva. Per le insegne luminose, disciplinate da un’altra disposizione del Codice dell’ambiente, lo spegnimento è previsto tra l’1:00 e le 6:00 quando l’attività è cessata, con regole particolari per le attività notturne e alcune deroghe. L’illuminazione dei monumenti e delle facciate degli edifici non residenziali deve essere spenta entro l’1:00; quella dei parchi e dei giardini entro un’ora dalla chiusura. Per i parcheggi scoperti o semicoperti annessi a un’attività, lo spegnimento è previsto entro due ore dalla cessazione dell’attività, fatte salve le disposizioni particolari applicabili. Per l’illuminazione stradale, invece, non esiste un obbligo nazionale generalizzato di spegnimento all’una: sono gli enti locali a decidere gli orari. Molti comuni hanno scelto di spegnere i lampioni nelle ore centrali della notte, affiancando così le proprie iniziative agli obblighi nazionali. La crisi energetica ha favorito la diffusione di queste misure: secondo i dati ufficiali, nel 2025 il 35% dei comuni della Francia metropolitana praticava lo spegnimento totale dell’illuminazione pubblica per  parte della notte.

Per l’illuminazione stradale, invece, non esiste un obbligo nazionale generalizzato di spegnimento all’una: sono gli enti locali a decidere gli orari. Molti comuni hanno scelto di spegnere i lampioni nelle ore centrali della notte, affiancando così le proprie iniziative agli obblighi nazionali. La crisi energetica ha favorito la diffusione di queste misure: secondo i dati ufficiali, nel 2025 il 35% dei comuni della Francia metropolitana praticava lo spegnimento totale dell’illuminazione pubblica per una parte della notte.

Vediamo qualche dettaglio in più. La legge del 2018 fissa dei limiti superiori all’illuminamento delle superfici stradali in lux (1 lux = 1 lumen/m²): per l’illuminazione stradale, i valori devono essere inferiori a 35 lux nei centri abitati e a 25 lux fuori dai centri abitati. Inoltre, sono previsti massimi per la temperatura di colore e per le dispersioni luminose verso l’alto. Sono inoltre previsti limiti alla temperatura di colore e alle emissioni luminose verso l’alto. Per l’illuminazione stradale e i parcheggi, la quota emessa sopra l’orizzontale deve essere inferiore all’1% nelle condizioni nominali dell’apparecchio e al 4% nelle effettive condizioni di installazione. La temperatura di colore non deve superare 3000 K per l’illuminazione esterna delle categorie interessate, gli edifici non residenziali e i parcheggi. Nelle riserve naturali il limite scende generalmente a 2400 K, mentre nei nuclei dei parchi nazionali è di 2700 K nei centri abitati e 2400 K all’esterno. Le prescrizioni variano quindi secondo il luogo e il tipo di impianto, con disposizioni specifiche anche per l’adeguamento delle installazioni esistenti.

Accanto alle regole, in Francia si è sviluppato un approccio che parte dalla necessità di proteggere insetti e fauna notturna. È il principio della trame noire, la “rete buia”: conservare o ripristinare ambienti e corridoi ecologici sufficientemente oscuri perché gli animali possano spostarsi senza essere attratti, disorientati o ostacolati dalle luci artificiali. Questo approccio offre agli enti locali strumenti per progettare la riduzione dell’illuminazione su un territorio più ampio del singolo comune, collegando la tutela della biodiversità alla gestione degli impianti. Nei piccoli comuni lo spegnimento può essere più semplice da organizzare, ma le scelte devono comunque tenere conto delle attività notturne e delle esigenze locali. Il miglioramento dell’ambiente notturno francese trova un riscontro quantitativo: uno studio del 2025 di Buhler e collaboratori (Multi-faceted light pollution modelling and its application to the decline of artificial illuminance in France, Journal of Quantitative Spectroscopy and Radiative Transfer, Vol. 351, 2026) ha stimato una riduzione del 23% dell’illuminamento artificiale al suolo nelle ore centrali della notte, confrontando i periodi 2013–2018 e 2019–2024. Il risultato è stato ottenuto da un modello basato su misurazioni della radianza al suolo provenienti dal Visible Infrared Imaging Radiometer Suite (VIIRS), a bordo del satellite Suomi National Polar-orbiting Partnership (Suomi NPP), calibrato con osservazioni da terra della luminosità del cielo allo zenit ottenute con gli SQM-LE di Unihedron. I comuni che riducono l’illuminazione superflua hanno dunque buoni motivi per essere soddisfatti: contribuiscono a proteggere l’ambiente notturno e a restituire visibilità al cielo stellato, riducendo al tempo stesso i consumi energetici e lo spreco di denaro pubblico. Un risultato concreto, che mostra quanto possano contare le scelte politiche di gestione della luce.

A beneficiare di tutto questo sono stati gli osservatori astronomici francesi. L’Observatoire du Pic du Midi (Hautes-Pyrénées) è stato il promotore della Réserve Internationale de Ciel Étoilé (RICE du Pic du Midi) già nel 2013, la prima riserva d’Europa. Oltre 240 comuni circostanti hanno riconvertito la loro illuminazione pubblica e applicato lo spegnimento notturno. L’Observatoire de Haute-Provence (OHP – Saint-Michel-l’Observatoire) beneficia delle normative regionali e dell’integrazione nei piani di tutela del Parco Naturale Regionale del Luberon e della vicina area protetta delle Alpi del Sud. Infine, l’Observatoire de la Côte d’Azur (OCA) – Plateau de Calern è inserito nella RICE Alpes-Azur-Mercantour (istituita tra il 2019 e il 2021) e beneficia del drastico piano di riduzione del flusso luminoso approvato dai comuni montani e costieri della Costa Azzurra.

Fig.3 – Un confronto fra l’andamento della sky brightness media annuale in funzione del tempo per gli osservatori francesi di Haute-Provence e Pic du Midi rispetto a quelli italiani di Loiano e Cima Ekar ad Asiago: come si vede, il valore dell’SQM espresso in mag/arcsec² per i francesi è in aumento perché il cielo è diventato più buio, mentre quello degli osservatori italiani è in diminuzione, segno che la luminosità del fondo cielo sta aumentando. Dati tratti dalla Light Pollution Map.

I satelliti equipaggiati con il sensore VIIRS (come Suomi NPP, NOAA-20 e NOAA-21), le cui immagini vengono elaborate per ottenere la sky brightness mostrata nelle mappe del Light Pollution Atlas, acquisiscono le immagini notturne attorno alle 01:30 del mattino (ora solare locale). Poiché le rilevazioni avvengono a notte fonda, il sensore non rileva l’inquinamento luminoso della prima serata (tra le 20:00 e le 23:00). In quest’arco orario le vetrine, le insegne commerciali, i monumenti e i complessi sportivi sono ancora illuminati e i flussi di traffico sono elevati. Nel confronto tra paesi come la Francia e l’Italia, il passaggio alle 01:30 premia fortemente la Francia, dove le normative impongono lo spegnimento di vetrine e luci generalmente entro l’1:00. Il satellite registra quindi una riduzione drastica proprio perché passa mezz’ora dopo l’entrata in vigore del “coprifuoco luminoso”. Dalle mappe risulta evidente che in Italia, così come in Spagna, le luci sono sempre accese, senza alcuna interruzione significativa.

La situazione dell’inquinamento luminoso in Italia

In Italia il trend dell’inquinamento luminoso è opposto a quello francese, non solo per motivi geografici, ma soprattutto per ragioni politiche e culturali: l’inquinamento luminoso non è una plaga biblica, ma il risultato di scelte ben precise e volute. Prima di tutto c’è il problema della frammentazione normativa: in Italia manca una legge quadro nazionale unica sull’inquinamento luminoso. Sembra incredibile, ma è così: proprio in un paese densamente popolato che avrebbe bisogno di un coordinamento nazionale, manca una legge unica. La materia è regolata solo da leggi regionali (come la L.R. 17/2000 della Lombardia) molto disomogenee per efficacia, controlli e sanzioni. L’abbiamo provato sulla nostra pelle di astronomi quando abbiamo confrontato la legge dell’Emilia-Romagna con quella del Veneto.

L’Italia è stata tra i Paesi pionieri nella conversione su larga scala dell’illuminazione pubblica all’illuminazione LED. Se da un lato il LED ha ridotto i consumi elettrici, dall’altro l’abbattimento dei costi di gestione ha spinto i Comuni a installare più punti luce o ad aumentare l’intensità complessiva per metro quadrato, vanificando il risparmio che si poteva ottenere e, quindi, aumentando l’inquinamento luminoso. Un altro fattore che aumenta l’inquinamento luminoso è che, in molti riqualificamenti, sono stati impiegati LED con temperature di colore fredde o neutre (4000 K), ricche di componente blu. La luce blu subisce il fenomeno della diffusione atmosferica (Rayleigh scattering) in misura molto maggiore rispetto alle vecchie lampade al sodio ad alta pressione (gialle), aumentando il bagliore diffuso in cielo (skyglow) anche a decine o centinaia di chilometri di distanza. Infine, in Italia, l’idea di spegnere l’illuminazione pubblica nelle ore centrali della notte incontra una forte resistenza per motivi di sicurezza stradale e di sicurezza urbana percepita. Anche se l’esperienza francese mostra il contrario, è difficile correggere questa distorsione culturale tutta italiana. Viene impiegata, al più, una parziale diminuzione del 30% del flusso luminoso a partire dalla mezzanotte (mezzanotte virtuale), che però non basta a compensare l’elevato numero di sorgenti e lo spettro ricco di luce blu.

Fig.4 – La registrazione della sky brightness eseguita dalla stazione SQM-LE della Stazione Astronomica di Loiano per la notte fra il 14 e il 15 ottobre 2026. La risposta spettrale di questo strumento copre sostanzialmente tutto lo spettro visibile (all’incirca da 320 nm a 720 nm, corrispondente alla visione umana) e la larghezza a metà altezza (FWHM) del suo campo visivo è pari a 20°. Nonostante un cielo perfettamente sereno e l’assenza della Luna, il fondo cielo non ha mai superato 20,74 mag/arcsec², confermando le misure ottenute con l’SQM mobile. La stazione fa parte del progetto internazionale DARKERSKY4CE (Darker Sky for Central Europe), dedicato al monitoraggio dell’inquinamento luminoso a livello europeo.

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