Recensione Seestar S50: L’astronomia alla portata di tutti?


Lavorando presso l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), capita di dover usare piccoli telescopi didattici durante le visite al pubblico. Recentemente ho avuto a che fare con il Seestar S50, fra i telescopi smart più noti in circolazione, anche se attualmente è fuori produzione. Ne ho approfittato per scrivere questa breve recensione, in cui vedremo i pregi e i difetti di questo telescopio che sono un po’ comuni ai telescopi “smart”. Il Seestar S50 non è un telescopio tradizionale nel senso classico del termine, perché non dispone di un oculare per l’osservazione diretta, ossia “non ci si può guardare attraverso”. Quindi, se quello che vi interessa è vedere i corpi celesti con i vostri occhi, in particolare il Sole, la Luna e i pianeti, ad alto ingrandimento, allora l’S50 non fa per voi. Se, al contrario, vi interessa riprendere facilmente immagini dei corpi celesti più estesi, come nebulose e galassie, magari da cieli bui fuori città, allora è il vostro telescopio, purché siate consapevoli dei suoi limiti dovuti principalmente al piccolo diametro, ai brevi tempi di posa e alla montatura altazimutale.

L’S50 è un piccolo rifrattore apocromatico (peso totale di soli 2,5 kg), che ha come obiettivo un tripletto (di lenti) da 50 mm di diametro e lunghezza focale di circa 250 mm, progettato esclusivamente per riprendere immagini e video, gestiti interamente tramite un’app installabile su smartphone o tablet. Il telescopio è alimentato da una batteria interna da 6000 mAh, che garantisce un’autonomia di 6 ore. L’S50 viene consegnato in una scatola di cartone che contiene, al suo interno, una piccola valigia in poliuretano con il telescopio vero e proprio, il cavetto USB per la ricarica della batteria, un piccolo treppiede da tavolo in fibra di carbonio (altezza variabile da 23,5 a 36,5 cm), il filtro solare da applicare all’obiettivo (per la ripresa del Sole) e un breve manuale per il setup rapido del dispositivo. La valigetta è molto leggera, ma ben imbottita e permette di portarsi l’S50 ovunque mantenendolo al sicuro dagli urti; è ottima anche come bagaglio a mano per l’aereo.

La scheda tecnica dell’S50 provato è la seguente:
Apertura obiettivo: 50 mm
Lunghezza focale: 252 mm (F/5,04) (valore misurato con Astrometrica fissata la dimensione del pixel del CMOS)
Tipo di montatura: altazimutale (default),ma si può usare anche in modalità equatoriale
Sensore CMOS interno: IMX462 MC (a colori), back-illuminated (QE 80% @820 nm), con pixel quadrati da 2,9 µm.
Dimensione immagine: 1920 x 1080 pixel
Scala dell’immagine: 2,37 arcsec/pixel (misurata con Astrometry.net)
Dimensioni del campo di vista: 42,4 x 67,9 arcmin (0,71° x 1,13°)

La cosa interessante è che il potere risolutivo classico di un telescopio da 50 mm di apertura è di 2,4 arcsec, pari alla scala dell’immagine. Questo significa che, nelle immagini riprese con questo telescopio, sono visibili quasi tutti i dettagli alla portata dell’obiettivo. In realtà l’immagine è un po’ sottocampionata; ci vorrebbe una scala di circa 1,2 arcsec/pixel per far sì che sulle immagini compaiano tutti i dettagli risolvibili dall’obiettivo che per un 50 mm è di circa 2,4 arcsec.

A sinistra, ecco come appare il Seestar S50 fuori dalla scatola e con il braccio del telescopio esteso. In condizione di parcheggio, il braccio è verticale e si integra nello chassis del Seestar. A destra, un primo piano dell’obiettivo dell’S50, di default privo di paraluce. Crediti: Albino Carbognani.

Dopo aver tirato fuori l’S50 dalla sua valigetta, la prima cosa da fare è installare l’app Seestar sullo smartphone o sul tablet (disponibile per iOS e Android), che occupa 1,2 GB di spazio in memoria. Posto il piccolo treppiede in dotazione su una superficie solida e averlo livellato usando la piccola bolla alla sua base, ci si può avvitare sopra il corpo dell’S50 (la vite è da 3/8 di pollice) e accenderlo tenendo premuto il pulsante per un paio di secondi: il telescopio, di default, comunica il suo stato parlando in inglese, una funzione comoda ma che, volendo, si può disabilitare. Dopo l’accensione, trascorrono diversi secondi prima che il telescopio sia pronto a eseguire i comandi e ve lo dirà esclamando “power on, waiting for connection“. Eseguita la prima connessione seguendo le istruzioni (in inglese) della “Quick Guide”, si potrà riprendere il cielo connettendo l’app all’S50 tramite la rete Wi‑Fi creata dal telescopio stesso, ma, volendo, si può anche connettere direttamente alla propria rete Wi‑Fi. Punto critico da menzionare: la connessione Wi-Fi generata dal Seestar S50, sebbene stabile, ha un raggio d’azione limitato (circa 10-15 metri senza ostacoli) e, se si interpone una parete, potrebbe subire rallentamenti del flusso di dati. Per fortuna, nel caso di perdita di connessione, il Seestar continua a funzionare, senza interrompere le riprese in corso.

A sinistra, ecco com’è l’app del Seestar. Il menù delle impostazioni si apre facendo un tap sull’immagine del Seestar in alto. Cliccando su “Solar System” si apre la schermata centrale che mostra i corpi osservabili del Sistema Solare, mentre se si fa tap su “Stargazing” si apre la schermata di destra, che mostra gli ammassi, le nebulose e le galassie, indicando quelle sopra l’orizzonte. Scelto il target, si può fare tap sull’icona del GoTo per puntare il telescopio e iniziare le riprese. Di default, la durata della singola posa è di 10 s e viene fatto lo stack in tempo reale.

L’app Seestar è il vero “cervello” del telescopio: senza di essa, l’S50 è solo un costoso fermacarte. L’app, la stessa usata per l’S30 e l’S30 Pro, è stata progettata per essere semplice e intuitiva e offre funzionalità molto interessanti. Nel caso in cui il livellamento meccanico con la piccola bolla del treppiede non abbia avuto successo, l’app è in grado di guidare l’utente nel livellamento fisico del treppiede tramite un indicatore grafico dell’inclinazione: basterà alzare o abbassare le gambe del treppiede finché il cerchietto sullo schermo non diventa verde. L’app ottiene la posizione dal GPS dello smartphone o del tablet, quindi non è necessario indicare all’S50 dove ci si trova sulla superficie terrestre. Se si fa tap sull’icona del Seestar, in alto nell’app, si accede alle impostazioni, dove, ad esempio, si può scegliere se riprendere o meno i dark e i flat per la calibrazione delle singole immagini FITS, oppure scegliere fra la modalità di ripresa altazimutale (il default) e quella equatoriale. Nella barra in basso dell’app si può accedere direttamente allo Sky Atlas, dove verrà mostrato il cielo visibile in quel momento, con le stelle fino alla magnitudine +7, pianeti, nebulose, ammassi stellari e galassie, e si potrà scegliere qualsiasi corpo celeste da osservare con il telescopio: basta selezionare l’oggetto e fare tap su GoTo. Il telescopio punta il suo obiettivo verso il cielo ed esegue il “plate solving“: riprende un’immagine, la confronta con il suo catalogo stellare e capisce esattamente in che direzione sta puntando in meno di un minuto, dopodiché si dirige verso il target scelto con ulteriori raffinamenti del puntamento.

Come ho già accennato, di default, il movimento avviene secondo il sistema di coordinate altazimutale: il telescopio può ruotare sulla sua base da 0° a 360° e alzare o abbassare il braccio che ospita l’ottica e il sensore CMOS, da 0° (orizzonte) a 90° (zenit). In realtà, il telescopio può funzionare anche in modalità equatoriale, a patto di installarlo su un piano inclinato con un’inclinazione rispetto all’orizzontale uguale a quella della latitudine da cui si osserva. La cosa migliore da fare per usarlo in equatoriale è avvitare il Seestar S50 su un robusto treppiede fotografico e, dopo averlo posto in orizzontale, inclinarne la testa di un angolo pari alla latitudine. Sul Web si trovano anche progetti per stampare in 3D piccole barre tipo Vixen, adattate all’S50, così da poterlo montare su una montatura equatoriale che potrà fungere da supporto con la giusta inclinazione. Ovviamente, mentre la posizione di partenza nella modalità azimutale non ha importanza, nel caso di messa in equatoriale l’asse di rotazione del telescopio attorno alla propria base diventa l’asse polare con il pulsante di accensione rivolto verso l’alto. Affinché il puntamento funzioni correttamente, l’asse polare va orientato verso la Stella Polare seguendo tutte le indicazioni dell’app, che, eseguendo il plate solve su zone della sfera celeste, è in grado di calcolare quanto il telescopio sia disallineato rispetto al Polo Nord celeste. Affinché tutto funzioni, l’asse polare deve puntare al polo celeste con un’accuratezza, in altezza e azimut, inferiore a un grado.

Un’immagine che mostra quello che si può ottenere con il Seestar S50 con tre target tipici degli astrofotografi: la galassia M51 (a sinistra, 12 minuti di posa), il Tripletto del Leone (al centro, 48 minuti di posa) e la galassia M100 (a destra, 12 minuti di posa). Le stelle appaiono puntiformi fino al limite del campo di vista. La magnitudine limite dell’immagine di M51 è la +18, ottenuta sommando 72 immagini da 10 s ciascuna (per un totale di 12 minuti) e applicando la funzione di denoising AI del Seestar all’immagine finale. Di default, ad ogni immagine vengono aggiunte informazioni sulla posizione, data, oggetto, tempo di posa complessivo. Crediti: Albino Carbognani.
A sinistra, il Sole ripreso il 18 aprile 2026 con il filtro solare in dotazione al Seestar S50: si notano alcune macchie solari, con ombra e penombra. A destra, la Luna ripresa il 23 aprile 2026 mostra i mari e i principali crateri. I crateri, ancora riconoscibili come tali, hanno un diametro di circa 15 km. Scatto singolo, senza alcuna elaborazione, con tempi di posa impostati automaticamente dal Seestar. Si possono anche riprendere brevi video da elaborare per ottenere la massima risoluzione. Pur non essendo stato concepito per le riprese in alta risoluzione di Sole, Luna e pianeti, l’S50 riesce a mostrare qualche dettaglio di Sole e Luna, oppure i satelliti di Giove. Crediti: Albino Carbognani.

Stack in tempo reale

Oltre all’uso dello Sky Atlas, nell’app Seestar si possono trovare i corpi celesti osservabili in base alle categorie “Stargazing“, “Solar, Lunar e Planetary“. Nel primo caso si trova l’elenco degli oggetti del profondo cielo, ordinati per osservabilità: basta scegliere un oggetto (nebulosa, galassia, ammasso stellare) dal catalogo integrato e il telescopio esegue il “GoTo” e avvia lo stack in tempo reale. Questa operazione consiste in una ripresa in successione di immagini con un’esposizione di 10 s, allineamento in base al campo stellare e somma dei valori dei pixel: si ottiene così un’immagine equivalente a quella ripresa con un tempo di posa di Nx10 s, dove N è il numero di immagini dello stack. In questo modo si vedrà l’immagine finale comporsi progressivamente e “pulirsi” dal rumore elettronico, secondo dopo secondo, direttamente sul display. Per un risultato finale migliore, conviene prima acquisire i dark frame e i flat field per calibrare le singole pose, così da eliminare i pixel caldi e uniformare la risposta dei pixel. Le immagini delle stelle risultano prive di aberrazione cromatica; solo in corpi celesti molto brillanti, come Giove, è percepibile un lieve alone bluastro attorno al pianeta. Nel caso qualche immagine risulti mossa, nessun problema perché l’S50 le cancella e non le considera per lo stack. Questo sistema è però inefficace con le tracce lasciate dai satelliti che vengono incluse nello stack. Per escluderle, bisogna entrare nella cartella in cui vengono salvate le immagini in formato fits e cancellare manualmente quelle rovinate dalle scie dei satelliti, che, se si riprende subito dopo il tramonto o prima dell’alba, possono essere numerose. L’esposizione può essere impostata su valori fissi nelle impostazioni, ma 10 s è il valore predefinito, ottimale per i limiti del Seestar in altazimutale.

Pianificare le riprese

In un telescopio automatico come il Seestar non è necessario restare accanto al telescopio per selezionare gli oggetti man mano che si desidera riprenderli. In realtà c’è una comoda funzione “Plan” con cui si può creare un elenco di oggetti da osservare, insieme alla durata della ripresa. Mandando in esecuzione il Plan, il telescopio è in grado di acquisire le immagini, eseguire lo stack, salvarle e passare all’oggetto successivo. Si tratta di una funzione estremamente utile, ad esempio per riprendere comete brillanti osservabili all’alba: non è necessario fare “levatacce” alle 4 del mattino, ci pensa il Seestar ad attivarsi all’ora giusta, puntare la cometa e tornare in parcheggio. In effetti l’S50 può essere l’ingrediente principale per un piccolo osservatorio robotico automatizzato.

Il pianeta Giove ripreso con il Seestar S50 il 23 aprile 2026, mostra i 4 satelliti galileiani e un live alone bluastro attorno al disco, indice di un lieve residuo di aberrazione cromatica. Giove risulta sovraesposto e non sono visibili dettagli sul disco. Crediti: Albino Carbognani.

L’app non si limita a riprendere immagini, ma consente di regolare luminosità, saturazione e contrasto in tempo reale durante l’acquisizione. Per gli utenti più esigenti, l’app consente di salvare le singole immagini in formato FITS sulla memoria interna del Seestar (64 GB), così da poterle poi scaricare sul PC ed elaborarle con software professionali come Astroart, PixInsight o DeepSkyStacker. Il trasferimento dei file FITS è fondamentale per chi vuole fare il salto di qualità nella post-produzione, poiché l’immagine salvata automaticamente sullo smartphone è solo un file JPG. Il metodo più veloce e stabile per trasferire le immagini sul PC è tramite il cavo USB-C in dotazione, destinato alla ricarica delle batterie. Il Seestar S50 viene visualizzato dal PC come una normale unità di memoria esterna chiamata “Seestar”; basta navigare nelle cartelle create automaticamente quando si osserva un corpo celeste per trasferire rapidamente i FITS di interesse. La cosa interessante è che i FITS scaricati, oltre a riportare i dati della ripresa, contengono nell’header anche le coordinate WCS (World Coordinate System), con un polinomio di secondo ordine. Visualizzando queste immagini con software specifici per i FITS, come SAOImage DS9, si vedranno visualizzate le coordinate RA e DEC (J2000) alla posizione del cursore. Sono i vantaggi di avere il “plate solve” automatico, integrato nel sistema. Ovviamente anche lo stack di tutte le immagini riprese possiede le coordinate WCS. Con l’S50, quindi, diventa facile misurare il valore del moto proprio di stelle veloci, come la Stella di Barnard, di cui ho parlato estesamente nel libro dedicato ai viaggi interstellari “Destinazione spazio profondo” (Dedalo, 2025): un ottimo progetto didattico che diventa accessibile a tutti, anche alle scuole.

La cometa C/2025 R3 ripresa alle 3 UTC del 17 aprile 2026. A sinistra, lo stack ottenuto dal software dell’S50, che allinea il campo stellare ma non tiene conto del moto proprio della cometa, quindi la chioma appare allungata. A destra, lo stack manuale, fatto allineando le immagini sul nucleo: in questo caso le stelle sono allungate, mentre la chioma della cometa è tondeggiante. Al momento della ripresa la cometa era a circa 7° gradi sull’orizzonte e stava iniziando ad albeggiare, ma l’S50 non ha avuto problemi a puntare la cometa e riprenderla. Crediti: Albino Carbognani.

Limiti della montatura altazimutale

Essendo su una montatura altazimutale, se si sommano molte immagini, si ottiene un effetto noto come “rotazione di campo“, assente nel caso di montatura equatoriale: il centro dell’immagine resta fisso, mentre tutte le stelle di fondo gli ruotano attorno. Il software del Seestar compensa questo effetto allineando le immagini sul campo stellare, ma l’immagine finale dello stack ne risulta soggetta, poiché ai bordi il rumore è maggiore rispetto al centro (caratteristica che scompare se si applica la funzione di denoising). Mettere l’S50 su una montatura equatoriale consente di eliminare la rotazione del campo di vista e di prolungare il tempo di posa della singola immagine fino a 30 secondi; dipende dalla bontà dell’allineamento polare che avete fatto. Esiste anche la modalità di ripresa terrestre, che consente di usare il Seestar per riprendere fauna o panorami diurni disattivando l’inseguimento della sfera celeste, ma non l’ho provata.

La funzione Denoising AI

Una caratteristica fondamentale per ottenere buoni risultati con il Seestar S50 è la funzione di Denoising AI. Si tratta di una funzione del software che permette di pulire l’immagine dal “rumore digitale”, che si manifesta come una grana fastidiosa, direttamente dall’app, senza usare il PC. Non si tratta di un semplice filtro che “ammorbidisce” l’immagine (come potrebbe essere un filtro mediano), ma è un vero e proprio algoritmo di intelligenza artificiale addestrato su migliaia di immagini astronomiche. La funzione di Denoising AI analizza lo stack delle immagini, riconosce che cos’è “rumore” (pixel casuali generati dal calore del sensore o dall’inquinamento luminoso) e che cos’è “segnale” (stelle, nebulose e galassie), cancellando il rumore e lasciando il segnale, rendendo uniforme e un po’ più nero il fondo del cielo. L’app permette di confrontare l’immagine originale con quella elaborata e, così facendo, ci si rende conto del buon lavoro estetico che è in grado di svolgere. Questa funzione è particolarmente utile se si ha poco tempo: una sessione di soli 10 minuti, che normalmente risulterebbe molto rumorosa, appare molto più “pulita” dopo il passaggio dell’AI. In ogni caso, l’AI funziona meglio se l’immagine di partenza ha già un buon segnale, non può creare dettagli che il telescopio non abbia catturato. Questa funzione non va usata se si intende usare le immagini del Seestar per misurare la luminosità delle stelle, ad esempio per il monitoraggio di stelle variabili brillanti con ampie variazioni, perché il Denoising AI altera la luminosità originale.

La galassia M64 ripresa per 20 minuti complessivi, con pose da 20 s, utilizzando il Seestar S50 in configurazione equatoriale. A sinistra, l’immagine stack originale fornita dal Seestar corretta con i dark frame; a destra, quella dopo l’intervento della funzione Denoising AI. Come si vede, il rumore di fondo è diminuito, le stelle più deboli sono ben visibili, il fondo cielo è più scuro e uniforme e si percepiscono meglio le zone periferiche della galassia. Il fondo cielo non uniforme dell’immagine di sinistra è dovuto all’inquinamento luminoso. Crediti: Albino Carbognani.

I filtri del Seestar S50

L’S50 è dotato di tre filtri: Dark, LPS e UV/IR-Cut. Il filtro Dark – usato per la ripresa dei dark frame che si possono attivare nei settings – è gestito automaticamente dall’app e non è possibile controllarlo manualmente. Il filtro LPS (Light Pollution Suppression) serve a evitare che una parte della luce dovuta all’inquinamento luminoso finisca sul sensore. Per questo trasmette solo in due bande, attorno a 500 e 660 nm, rispettivamente all’emissione dell’O III (30 nm) e alla riga Hα dell’idrogeno (20 nm). Chiaramente questo filtro va usato per la ripresa delle nebulose ad emissione, mentre è poco efficace per le galassie, che invece emettono su tutto lo spettro e non solo a determinate lunghezze d’onda. Il filtro LPS deve essere attivato manualmente dall’app. Infine, il filtro UV/IR-Cut fisso davanti al sensore CMOS serve a evitare che le radiazioni infrarosse e ultraviolette, fuori fuoco, rendano le stelle meno nitide. Quindi si hanno due opzioni: con il filtro LPS attivo o senza. Non esiste una condizione “senza filtro”, quindi, quando si utilizza un filtro esterno (ad esempio a banda stretta per le nebulose), l’unica opzione è disattivare il filtro LPS.

Conclusioni

Giunti alla fine di questa breve recensione, facciamo un riepilogo dei punti di forza dell’S50. Prima di tutto, la semplicità d’uso: il setup in altazimutale richiede meno di 2 minuti. Basta montare il telescopio sul suo treppiede, livellarlo tramite l’app e lasciarlo fare il “plate solving” per orientarsi automaticamente nel cielo. Un altro punto di forza è il live stacking: la sua funzione principale è sommare in tempo reale decine di scatti brevi per far emergere i dettagli di nebulose e galassie, anche in condizioni di inquinamento luminoso, grazie al filtro LPS. Il risultato dello stacking può essere notevolmente migliorato grazie alla funzione di Denoising AI. Infine, non va dimenticata la portabilità: il telescopio viene fornito in una valigetta rigida, perfetta per i viaggi o per sessioni brevi dal balcone di casa. Con questo strumento si possono osservare il Sole e la Luna, e tutti gli oggetti dei cataloghi di Messier e parecchi oggetti NGC fra i più brillanti. La magnitudine limite è di tutto rispetto: in una decina di minuti di stack si raggiunge senza difficoltà la +18; il cromatismo è praticamente assente e le stelle sono puntiformi fino ai bordi del campo di vista.

Ovviamente ci sono anche dei limiti. L’S50 non è adatto ai pianeti: con una focale così corta, Giove o Saturno sulle immagini appaiono molto piccoli e non bisogna aspettarsi di vedere dettagli fini come la Grande Macchia Rossa o la divisione di Cassini. Anche la risoluzione del sensore non è un granché: il Sony IMX462 ha una risoluzione di soli 2 MP (1920×1080 pixel), il che limita la possibilità di realizzare grandi stampe o ritagli significativi. Chiaramente le dimensioni del sensore sono state limitate per avere un prezzo di vendita ragionevole ed è questo che senz’altro ha giocato a favore della grande diffusione dell’S50. C’è anche il piccolo handicap della montatura altazimutale: sebbene sia ottima per la semplicità d’uso, può causare rotazione di campo in esposizioni molto lunghe, rendendo i bordi dell’immagine meno definiti, anche se i recenti aggiornamenti del firmware mitigano il problema. Per fortuna, a questo si può ovviare configurando il Seestar per lavorare in modalità equatoriale. Infine, va tenuta presente l’obsolescenza tecnologica: mentre con un telescopio classico si può cambiare la camera CMOS per passare a un modello superiore, continuando a usare lo stesso telescopio, nel Seestar S50 questo non è possibile perché è tutto integrato e non si può sostituire un solo componente mantenendo gli altri. Entro il 2026 dovrebbe uscire la versione “Pro” dell’S50 e questo rende già obsoleto l’S50 normale. Questo è un problema che riguarda tutti i dispositivi elettronici, ma la non-modularità dei telescopi automatizzati fa sprecare obiettivi che vanno ancora benissimo.

In conclusione, il Seestar S50 è lo strumento ideale per i principianti assoluti che vogliono vedere “subito” il colore e la forma delle nebulose e delle galassie, senza passare mesi a studiare le tecniche di astrofotografia e senza aprire un mutuo bancario per l’acquisto dell’attrezzatura necessaria. È chiaro che basarsi solo sull’app per conoscere il cielo è limitante: che senso ha riprendere corpi celesti di cui non si conosce nulla? Per cui un’opportuna infarinata di astronomia, leggendo un libro come “Ai confini della Via Lattea“, è il connubio ideale prima e durante l’uso di un Seestar, S50 o S30 che sia. Anche gli appassionati di astronomia che viaggiano spesso e non possono portarsi dietro 50 kg di attrezzatura apprezzeranno le doti di trasportabilità dell’S50, così come i divulgatori scientifici che vogliono mostrare il cielo in tempo reale a un gruppo di persone. L’S50 non è invece adatto agli astrofotografi che cercano la massima risoluzione e il controllo manuale totale su ogni parametro di acquisizione ed elaborazione. Insomma, se cercate uno strumento per esplorare il cielo dal balcone di casa o da portare nello zaino durante un viaggio, il Seestar S50 è l’ideale: perfetto per chi vuole godersi la bellezza dell’universo senza lo stress di un setup più impegnativo.

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